Change.org metterà sempre più le persone al centro: ecco perché non vendiamo le email degli utenti ed ecco alcune delle nostre novità in arrivo

Parto da un articolo pubblicato il 27 luglio dall’Espresso in cui si parla di “un’istruttoria” aperta dal Garante della Privacy su Change.org. È vero che il 26 luglio 2016, Change.org ha ricevuto dal Garante un “invito a fornire un riscontro” sulle “procedure e tecniche utilizzate nel trattamente dei dati” per gli utenti italiani. Change.org ha preso atto delle domande poste dall’authorithy e si impegna a rispondere nei termini indicati, con fiducia nel buon esito, spirito di collaborazione e nel pieno rispetto delle norme. Niente più di questo.

Ora, vorrei avere la possibilità di ribadire che ci sentiamo tranquilli e a posto, visto che operiamo in maniera pulita. Non c’è nessun gioco sporco dietro a quello che facciamo. Anche se sappiamo bene che purtroppo il fango fa sempre più clamore, voglio sperare che ci siano ancora tante persone che vogliano ascoltare i fatti, prima di giudicare.

Noi del team italiano di Change.org ci svegliamo la mattina con un'idea in testa, ci addormentiamo la sera dopo aver preso ancora qualche appunto, rispondiamo alle telefonate nei weekend. Siamo professionisti con la stessa passione di volontari. Ci dedichiamo a una missione, quella di dare a tutti la possibilità di creare il cambiamento che vogliono vedere nel mondo.

Dietro al movimento di 6 milioni di comuni cittadini italiani che abbiamo contribuito a creare, che conta - solo in Italia e solo dal 2012 - oltre 600 petizioni che hanno raggiunto la vittoria, c'è il sudore di 5 appassionati professionisti della comunicazione e del cambiamento sociale. E nessun altro.

Change.org è un luogo speciale dove ogni settimana - solo in Italia - circa tre petizioni raggiungono l’obiettivo prefissato, un luogo dove chiunque può farsi sentire, un luogo dove nessuno è senza potere.

Change.org non è soltanto una piazza virtuale, ma un luogo dove accadono cose. Qui trovate le petizioni vittoriose: change.org/victories

Change.org non vende, come è stato scritto in un altro articolo dell’Espresso (uscito il 18 luglio), gli indirizzi email. Offrivamo - e non offriamo più - in modo trasparente, pubblico e legale un servizio di lead generation, che si rivolgeva in Italia esclusivamente ad enti non-profit, un servizio volto per l’appunto a mettere in connessione questi enti con i nostri utenti più impegnati. Peraltro il servizio era già stato dichiarato in chiusura, pubblicamente e in tutto il mondo, il 30 giugno scorso. Più di due settimane prima della pubblicazione del primo articolo da parte dell’Espresso. E sì, all’Espresso glielo abbiamo provato a dire, ma non interessava…

Le petizioni sponsorizzate erano petizioni chiaramente riconoscibili perché disponibili soltanto nel flusso post firma, e mai nelle nostre scelte editoriali (mai nelle email che mandiamo agli utenti registrati o in homepage ad esempio).

Le petizioni sponsorizzate erano disponibili in modo simile a banner pubblicitari soltanto successivamente alla firma di una qualsiasi petizione spontanea sul sito, e quelle che chiamo petizioni spontanee sono le uniche al centro dell’intera attività editoriale di tutto lo staff italiano.

In parole povere vorrei dire che nessuno, per aver firmato una petizione su Change.org, ha poi ricevuto una email commerciale. C’è chi lo permette, noi non lo permettiamo.

L’organizzazione non-profit sponsorizzante, per spiegarla di nuovo in soldoni, non poteva assolutamente acquisire i dati degli utenti che avevano firmato generiche petizioni su Change.org, ma soltanto quelli (nome, cognome, email e CAP) di chi firmava una petizione chiaramente definita come sponsorizzata e contemporaneamente cedeva all’organizzazione sponsorizzante il consenso al trattamento dei propri dati.

Come spiegato per filo e per segno da sempre sulle nostre linee guida, la petizione sponsorizzata - chiaramente identificabile - metteva assolutamente in grado l’utente di decidere se essere contattato dall’organizzazione non profit che sponsorizzava l’annuncio, o meno. Solo dopo il consenso informato dell’utente, l’organizzazione acquisiva la email per successive attività di fundraising volte ad ampliare la propria platea di possibili donatori e volontari.

Perché parlo al passato delle petizioni sponsorizzate? Lo ripeto. Perchè si tratta di un servizio che non offriamo più e che avevamo deciso già di abbandonare per rivolgerci a modelli di sostentamento ancor più in linea con la nostra missione e ancor più positivi dal punto di vista dell’esperienza dell’utente.

Le poche campagne sponsorizzate che rimangono si esauriranno definitivamente entro il 15 agosto e ad ogni modo la campagna sponsorizzata come la descrive l’Espresso per l’acquisizione di email non esiste più in Italia.

L’unico annuncio che le organizzazioni potranno ancora sponsorizzare nel flusso post firma sul nostro sito - solo fino al 15 agosto e solo per le organizzazioni con cui abbiamo degli accordi ancora in corso - è quello in cui l’ente non-profit chiede all’utente di digitare il proprio numero di telefono qualora volesse essere contattato dall’organizzazione. Credo sia davvero difficile affermare che digitare il proprio numero di telefono dopo una richiesta esplicita da parte di un’organizzazione identificata non rientri nella categoria del consenso informato.

Chiarito questo, è stata nostra e solo nostra la decisione di orientarci verso un modello di sostentamento che sia ancora più in linea con la nostra missione, e dunque sospendere definitivamente le petizioni sponsorizzate. La petizione sponsorizzata era - ribadisco - assolutamente legale e trasparentemente illustrata sul nostro sito. La decisione di spegnere le campagne sponsorizzate è stata presa per permettere agli utenti di vivere su Change.org un'esperienza più positiva e ancor più in linea con la nostra missione di dare a tutti i cittadini il potere di cambiare le cose.

In merito al Big Brother Award e all’inchiesta in atto in Germania: Change.org immagazzina il minor numero di dati possibile. Rispetto ad altre piattaforme di campaigning online, l’unica cosa di cui un utente ha bisogno per firmare una petizione è un indirizzo email valido. Non controlliamo nomi e cognomi dei firmatari, né i loro indirizzi, né chiediamo altri dati sensibili o le loro opinioni politiche. È vero che i nostri server dati sono negli USA, così come è vero che in Europa siamo sotto la giurisdizione delle autorità per la privacy locali. Semplicemente - al momento - spostare i server sarebbe per noi un costo troppo grande da sostenere, che metterebbe a rischio l’intera piattaforma. Ma stiamo comunque facendo le nostre valutazioni e ci piacerebbe essere immediatamente nella condizione economica di poterlo fare.

Come scrivevo all’inizio, lavoriamo duro qui a Change.org per creare, anche in Italia, un mondo in cui nessuno sia senza potere e in cui tutti possano creare il cambiamento che vogliono vedere nel mondo. E per farlo, per esistere, abbiamo bisogno di soldi. Abbiamo uno staff, abbiamo degli sviluppatori che lavorano su questo sito per renderlo sempre più efficace. I soldi che Change.org "guadagna" vengono totalmente reinvestiti, anno dopo anno, proprio nella sua attività di missione sociale: nei lavoratori e nello sviluppo. Non a caso siamo una B corporation certificata.

La strada verso una diversa sostenibilità è per noi appena iniziata. Il nostro futuro si sta infatti incentrando su forme di sostegno diretto da parte della nostra grande community di utenti. Sarà una scommessa, ma pensiamo di potercela fare, solo ed esclusivamente grazie alle tantissime persone che utilizzano i nostri servizi e che credono in una società differente, che cambia dal basso.

Recentemente ho avuto modo di raccontare quanto crediamo in quello che facciamo e cosa riescono ad ottenere alcuni utenti che usano al meglio questo nostro strumento di democrazia. Mi piace salutarvi con questo video, che spero vi piaccia: