A piedi per i Fori Imperiali: una storia lunga 130 anni

di Giulia Carrarini

Quasi un secolo e mezzo. Per l’esattezza, 130 anni. Tanto sarà passato, tra pochi mesi, da quando per la prima volta s’immaginò una Roma nuova, una città che valorizzasse il proprio splendore monumentale attraverso un grande, innovativo piano urbanistico. Era il 1887, autore di questo progetto Guido Baccelli, medico e sette volte ministro della Pubblica Istruzione tra il 1881 e il 1900.

Da allora, dalla presentazione in Parlamento di quel progetto poi più volte rivisto e ridimensionato, la città è cambiata moltissimo, attraversata da marce, bombardamenti, cortei studenteschi, mazzette e spazzatura. Quel piano, però, non è mai morto, sostenuto e rispolverato più volte negli anni con minore o maggiore vigore, ma comunque mai dimenticato. E tra pochi mesi, nel 2017, si assisterà finalmente alla sua (parziale) realizzazione, attraverso la completa chiusura al traffico dell’area dei Fori Imperiali.

La misura è stata un baluardo del programma di Ignazio Marino, che da sindaco di Roma tra il 2013 e il 2015 l’ha fortemente voluta, ci ha creduto e si è impegnato. Fino all’ultimo appello, qualche giorno fa, ormai in veste di ex primo cittadino, quando si è temuto che l’area potesse essere aperta nuovamente al traffico veicolare. Marino ha scritto alla sindaca Virginia Raggi e all’assessora alla Mobilità Linda Meleo, più di 16mila persone lo hanno sostenuto e alla fine il piano della completa pedonalizzazione è stato confermato. “Via dei Fori Imperiali non sarà mai riaperta al traffico privato”, ha scritto Meleo sulla sua pagina Facebook, annunciando per il 2017 “nuovi interventi per avviare la pedonalizzazione integrale e rendere meno impattante in termini visivi il cantiere della metro C”.

Dopo Baccelli e prima di Marino - per avere un’idea di cosa sia successo nel tempo a quest’area di Roma, come sia cambiata e come la si sia immaginata - almeno altri cinque nomi meritano una menzione (nel bene e nel male, per dovere di cronaca).

Il primo è Benito Mussolini. Il suo sogno è una “strada moderna”, non “una passeggiata archeologica”. Per questo ordina la distruzione del quartiere Alessandrino - questo il nome dell’antica zona intorno ai Fori - e la costruzione di una via nuova, che colleghi simbolicamente il Colosseo a Piazza Venezia. Immagina una strada larga, adatta alle grandi parate militari. Nel 1932 - a circa un anno dall’avvio dei lavori - “via dell’Impero” è realtà. Inaugurata il 28 ottobre di quell’anno, nel decennale della Marcia su Roma, spacca così in due il complesso archeologico capitolino. Solo nel 1945, a guerra e dittatura finite, la strada passa a chiamarsi come la conosciamo ancora oggi, “via dei Fori Imperiali”.

Il secondo nome è quello di Leonardo Benevolo, urbanista e storico dell’architettura. Sono trascorsi nel frattempo molti anni. È il 1971 e Benevolo ha tra i primi l’idea di smantellare la grande arteria dei Fori. Il piano piace all’archeologo Adriano La Regina, che sul finire degli anni Settanta, da sovrintendente archeologico di Roma, denuncia gli effetti dell’inquinamento e del traffico sullo stato dei monumenti e propone l’eliminazione della via dei Fori Imperiali. Il sindaco Giulio Carlo Argan è dalla sua parte: «O i monumenti o le automobili».

A prendere le prime misure concrete - e arriviamo così al quinto nome - è però Luigi Petroselli, eletto sindaco di Roma nel 1979. Petroselli impone il “Progetto Fori” al centro del dibattito, smantella via della Consolazione, tra il Foro e il Campidoglio, e crea un’area pedonale fra il Colosseo e l’Arco di Costantino. Immagina una città in cui i tesori archeologici siano vissuti da tutti, studiosi e comuni cittadini, e dà vita alle domeniche a piedi. Ma il 7 ottobre del 1981, a due anni dalla sua elezione a sindaco, Petroselli muore. E con lui, lentamente, anche il Progetto Fori.

Nel giugno 2013, a distanza di 126 anni dalla proposta urbanistica di Guido Baccelli, è eletto sindaco di Roma Ignazio Marino, anch’egli medico. Il 3 agosto dello stesso anno Marino avvia la pedonalizzazione dei Fori Imperiali. Diventa la prima grande promessa mantenuta della sua campagna elettorale. La ragione personale, quella più intima, all’origine di questo progetto, l'ex sindaco l’ha raccontata nel libro “Un marziano a Roma” (Feltrinelli, 2016): «In America avevo conosciuto una chirurga di origine caraibica con cui avevo lavorato molto in sala operatoria e soprattutto volato molto: Velma. […] A noi più giovani toccava andare in aereo a prelevare gli organi per i trapianti, con trasferte di migliaia di chilometri spesso notturne, per tornare con un fegato che rappresentava per chi lo attendeva la speranza di tornare a vivere. [...] Velma si stupiva che portassi sempre con me un libriccino bianco: uno dei volumi della versione tascabile della “Storia di Roma Antica” di Theodor Mommsen. [...] Mi chiedeva di raccontarle cosa leggessi e io le narravo di Catilina oppure di Cesare, o ancora delle liste di proscrizione di Silla. […] Nell’estate del 1988, fui felice di invitarla a venire in Italia. Giunta a Roma […] la portai ai Fori e le spiegai, passo dopo passo, la magia di quei luoghi intrisi di storia; di quella storia che a frammenti le raccontavo nei nostri voli per andare a prelevare un fegato nella speranza di salvare la vita di un bimbo o di un adulto. Lei, di formazione anglosassone, aveva nelle orecchie, e subito me le recitò, le parole dell’orazione di Marc’Antonio nell’opera di Shakespeare: “Friends, Romans, countrymen, lend me your ears!". [...] Usciti dall’area degli scavi il volto di Velma s’incupì, con quello stesso sguardo severo che ero abituato a riconoscere sopra la mascherina da chirurgo quando qualcosa in sala operatoria la preoccupava. Mi guardò e mi disse: "Ma come vi è venuto in mente di costruire un’autostrada a quattro corsie proprio fuori di qui?"».