Tassa sui rifiuti: cos’è e come funziona

di Angela Gennaro

Un tempo erano TARSU, TIA e TARES. Ora è la TARI: è la tassa rifiuti che, dal 1 gennaio 2014,  ha sostituito tutte le sue precedenti anime. In questi giorni in cui tanto si parla di spazzatura, cassonetti e smaltimento vale allora la pena capire come funziona questa tassa e chi è tenuto a pagarla.

L’imposta è locale: corrisponde in sostanza ai soldi che il Comune chiede per il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti sul proprio territorio e include la tariffa igiene ambientale.

Non un gran servizio in alcune città, si dirà. Ma questa è un’altra storia.

La TARI vede la luce con la legge di Stabilità del 2014: norma aggiornata nel 2016 con l’istituzione di alcuni margini di azione per i Comuni. È la legge 147 del 27 dicembre 2013 a far nascere la IUC, ovvero l’imposta unica comunale: un acronimo che riunisce in tre lettere tutti gli incubi dei cittadini italiani in tema di tasse, mettendo insieme TARI, TASI (Tassa sui Servizi Indivisibili, ovvero i servizi comunali per la collettività come l’illuminazione e la manutenzione stradale) e naturalmente IMU, l’Imposta Municipale Unica erede di Ici e Irpef sugli immobili.

Chi paga la TARI

La TARI è una tassa a carico di chi occupa un immobile e, in caso di locazione, dell’affittuario dello stesso. La logica è: paga chi consuma e produce rifiuti. Se l’immobile è intestato a più soggetti, l’imposta è a carico di ognuno di loro in solido. In caso di locale sfitto e non occupato (o anche solo occupato per brevi periodi, come per gli affitti delle vacanze), però, è il proprietario a pagare. Ed è proprio qui che si inserisce la richiesta di Riccardo e dei suoi oltre 36mila sostenitori con questa petizione  se ho un appartamento o in generale un immobile non affittato - è il ragionamento di Riccardo - e che peraltro non riesco ad affittare, quell’appartamento non produrrà rifiuti, quindi perché dovrei pagare per quel servizio? Un modo per non pagare la TARI, in questo caso, sembra esserci e si evince dal modulo per chiedere le esenzioni: “togliere tutti i mobili e gli arredi e staccare completamente tutte le utenze”. 

La tassa rifiuti ha quindi come presupposto che si possieda o detenga a qualsiasi titolo locali o aree anche scoperte. Non importa la destinazione d’uso: importa che potenzialmente possano produrre rifiuti. Restano esenti le aree comuni, come ad esempio pianerottoli, scale o cortili di un condominio. Il garage auto, ad esempio, paga. La cantina no.

Quanto costa la TARI

Come si legge su Dirittierisposte.it , è il regolamento comunale a stabilire l’ammontare dell’imposta. Proprio per questo i Comuni stessi dovrebbero monitorare e misurare periodicamente la quantità di rifiuti gestiti e smaltiti dai servizi territoriali, per calibrare e ricalibrare l’ammontare della TARI. I comuni “virtuosi”, quelli dove si effettua la raccolta differenziata, avranno per legge sconti e agevolazioni che possono applicare come riduzioni agli utenti, abbattendo il costo della tassa a loro carico. E vale anche il caso diametralmente opposto: in caso di servizio rimozione e smaltimento rifiuti inadempiente da parte del Comune, gli utenti possono in teoria vedersi applicata una riduzione della TARI fino al 20% come “risarcimento”. La TARI si può pagare con F24 o bollettino postale, entro il 16 giugno in un’unica soluzione oppure con almeno due rate (acconto a giugno e saldo a fine anno, il 16 dicembre). Ma occhio alle date perché anche in questo caso possono variare da Comune a Comune e avere quindi scadenze differenti (a Milano, per esempio, si parla di luglio per la prima rata): sempre meglio controllare sul sito della città di riferimento.

La Tari è calcolata in base alla superficie calpestabile dell’immobile, alla sua tipologia, alla sua destinazione d’uso e alla quantità di persone che lo occupa. Sui siti dei Comuni si possono reperire le informazioni per calcolare i propri importi.